Piano Primo - Sala 9 (Libertà del sacro)
MOSTRA DIDATTICA
“Libertà va cercando, ch’è sì cara”.
Artisti teramani, fra continuità e intersezioni
📍 Castello Della Monica, Teramo
📅 13 dicembre 2025 - 28 febbraio 2026
Piano Primo - Libertà mature
Piano Primo - Libertà mature
Sala 9 - Libertà del sacro
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| Pasquale De
Antoniis, Scafa. Portatrice di pietre, 1935, Teramo,
Pinacoteca Civica, Depositi Pasquale De Antoniis, Rapino. Festa delle Verginelle, 1935, Teramo, Pinacoteca Civica, Depositi |
Pasquale De Antonis (Teramo, 1908 - Roma, 2001), è stato uno
dei più significativi fotografi italiani del Novecento. Iniziò il suo percorso
artistico a Pescara nel 1926, sviluppando un interesse precoce per la
fotografia. Dopo aver studiato all'Accademia di Belle Arti di Bologna,
perfezionò il suo approccio alle forme e ai colori, ispirato dalla pittura
rinascimentale. Tornato a Pescara nel 1934, aprì uno studio fotografico che
divenne un punto di riferimento per artisti e intellettuali, tra cui il pittore
Tommaso Cascella, con il quale condivise diversi viaggi in Abruzzo realizzando
servizi sul folklore locale. La sensibilità artistica e la conoscenza tecnica
delle attrezzature fotografiche gli consentirono di essere ammesso al Centro
Sperimentale di Cinematografia a Roma. Si stabilì quindi nella capitale nel
1939, rilevando lo studio fotografico del futurista Arturo Bragaglia. A
Roma frequentò l'amico e corregionale Ennio Flaiano e si dedicò alla
documentazione di mostre d'arte. Per il suo percorso artistico si rivelò
fondamentale l'incontro con Luchino Visconti, avvenuto nel 1946,
quando il regista milanese commissionò a De Antonis le foto di scena di Delitto
e castigo, messo in scena al teatro Eliseo. Con Visconti collaborò
fino al 1965, diventando un punto di riferimento per la fotografia di cinema e
teatro. Sempre nel 1946 avvenne il primo avvicinamento di De Antonis
all’astrattismo fotografico, anche per l’influenza delle precedenti esperienze
artistiche di Kazimir Malevič e László Moholy-Nagy. Morì nel 2001, all'età di 93 anni, a Roma.
Una parte significativa della sua produzione, in particolare quella relativa ai
reportage etnografici e neorealisti sull’Abruzzo, è stata archiviata,
catalogata e digitalizzata dal Museo delle Genti d'Abruzzo di Pescara.
Le fotografie di Pasquale De
Antoniis – Scafa. Portatrice di pietre e Rapino. Festa delle
verginelle (1935) – mostrano un sacro quotidiano che nasce dalla comunità,
dal lavoro, dal rito condiviso. Le fotografie che prendono il titolo comune di Astratto,
o Astratta (1951) aprono invece alla dimensione spirituale non
figurativa, suggerendo un sacro interiore, svincolato dalla narrazione. Questa
sala indaga la libertà del sacro nel suo doppio volto: collettivo e simbolico,
corporeo e mentale, popolare e trascendente.
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Lettura di filosofia della scienza, keeper Davide Fazio
Quest'opera, con la sua fitta trama di contorni bianchi su sfondo scuro, è espediente per una meditazione visuale sul concetto filosofico di spazio, rispecchiando la storica opposizione tra la concezione assolutista di I. Newton e quella relazionista di G. W. Leibniz. L'immagine è dominata da forme che appaiono come isole o cellule delineate da linee sinuose. Esse non hanno confini definiti e sembrano fondersi o frammentarsi costantemente.
Secondo Newton, lo spazio è una realtà oggettiva e indipendente, un "contenitore" assoluto che esisterebbe anche in assenza di oggetti. È una struttura immutabile e in quiete assoluta, necessaria per distinguere il moto inerziale dal moto accelerato. Quest’opera può richiamare questa visione nella sua struttura di base: lo sfondo nero uniforme può essere interpretato come lo Spazio Assoluto (il sensorium Dei) di Newton. Questo è il supporto primario, preesistente e inalterato, sul quale si manifestano le figure. Le linee bianche sono gli oggetti che si muovono o coesistono all'interno di questo contenitore rigido e inamovibile.
Per Leibniz, lo spazio non è una sostanza, ma emerge dalle relazioni tra gli oggetti; è "l’ordine della coesistenza". Senza oggetti fisici, lo spazio non può esistere, così come il tempo è dato dalla successione degli eventi. Le linee bianche interconnesse e complesse possono rappresentare la concezione leibniziana. Lo spazio che percepiamo non è il fondo nero, ma la tessitura relazionale creata dai contorni stessi. Le forme sono definite solo in relazione reciproca, attraverso la loro vicinanza, separazione e compenetrazione. L'assenza di un centro o di un confine netto suggerisce che l'unica realtà spaziale è l'infinita rete di posizioni relative tra i soggetti (le linee). L'opera di De Antoniis invita lo spettatore a oscillare tra queste due visioni: l'occhio è attratto dallo sfondo come ambiente primario (Newton), ma è costretto a riconoscere la forma e l'ordine solo attraverso la relazione tra le figure (Leibniz).

