L’astrattismo fotografico di De Antonis

 

                            

Si potrebbe pensare che la distanza tra l’astrattismo e la fotografia sia incolmabile. La fotografia, per sua natura, rappresenta la realtà fisica. La fotografia analogica si basa sulla chimica e sulla fisica, e l’obiettivo fotografico, nell’opinione comune, deve avere sempre qualcosa di concreto da osservare. Questo limite è, paradossalmente, la sua forza. C’è però un’eccezione importante in questa dipendenza dal reale: la luce. La luce è l’unico “oggetto” della fotografia a non essere propriamente un oggetto. Questa energia fisica può esistere senza materia e senza corpo, e in questa natura immateriale della luce la fotografia trova il suo ponte verso l’astrattismo. L’astrattismo fotografico non nasce come negazione del reale ma come ampliamento delle possibilità percettive offerte dalla luce. Quando la luce diventa soggetto non è più solo strumento, può generare forme prive di un referente riconoscibile. Pasquale de Antonis seppe sviluppare una propria originalità anche in questo ambito, oltre che in quello del ritratto per cinema e per il teatro. Con pochi altri, negli anni del dopoguerra, si dedicò alla rappresentazione attraverso forme essenziali come luci, linee e tracce. In alcune sue opere isolò porzioni di realtà fino a trasformale in diagrammi lirici: linee, riflessi e crepe diventano segni autonomi privi di una fonte riconoscibile. Lo sguardo astratto di De Antonis non manipola ma rivela: la fotografia, quindi, diventa territorio intermedio tra natura e immaginazione. Come si può vedere anche dagli esempi di astrattismo esposti in mostra, la realtà è ancora lì, ma si è fatta segno, riflesso e visione. Attraverso lo sguardo, queste fotografie arrivano a toccare una dimensione più profonda: quella del puro vedere. 

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